La clausola “riservata personale, non producibile in giudizio” vale anche quando il fornitore/cliente sia un avvocato?

Nella vita professionale di tutti noi capita spesso di pensare – almeno a me capita pressoché quotidianamente – che la vita superi di gran lunga la fantasia, e che forse proprio per questo dottrina e giurisprudenza a volte finiscano per scervellarsi su questioni davvero di lana caprina.

A tanto mi ha fatto pensare una missiva, indirizzata da un legale ad altro legale, creditore di un concordato per proprie prestazioni professionali, contenente l’inciso “riservata personale, non producibile in giudizio)”.

L’articolo 28 del codice deontologico forense, articolo che tutti i legali più di qualche volta si sono trovati a dover spiegare ai propri clienti, stabilisce al primo comma “Non possono essere prodotte o riferite in giudizio le lettere qualificate riservate e comunque la corrispondenza contenente proposte transattive scambiate con i colleghi”.

E’ noto che la ratio di tale norma risiede nella libertà di cui deve condurre ogni avvocato, nel rispetto della pari libertà anche dell’altro, di svolgere del pari la sua funzione, senza ritorcere (l’uno all’altro) proposte conciliative, ammissioni o consapevolezza di torti; trattasi, in altre parole, di tutelare la possibilità stessa degli avvocati di svolgere la loro fondamentale funzione di mediatori tra soggetti in lite: se la corrispondenza fosse sempre producibile, le trattative tra avvocati diverrebbero pressoché impossibili, riducendosi, tutt’al più, ad una sorta di partita a scacchi;

Due dunque gli interessi da tutelare: la liberà del legale, ed il bene ultimo del cliente finale

Ma quando non vi è un cliente? Quando il legale, fornitore, si difende in proprio?

Il CNF ha affrontato tale problematica in merito ad una separazione tra coniugi; chi scrive pone il problema in ordine ad un concordato, ma la conclusione cui si giunge, partendo dai principi sopra sinteticamente esposti, è la medesima.

Ed, infatti, il principio dal quale non ci si po’ discostare è che le singole fattispecie previste dal codice deontologico (cfr.: art. 9 dovere di segretezza e riservatezza; art. 18 rapporti con la stampa e art. 28 divieto di produrre la corrispondenza scambiata con il collega), si riferiscono al rapporto tra professionista e cliente e alle informazioni assunte in costanza di mandato o al rapporto tra colleghi relativo alla produzione di corrispondenza in giudizio. Pertanto, nessuna di tali norme, compresa la valenza della dicitura “riservata personale” è applicabile al caso di specie, dato che la parte “offesa” rivestiva la qualità di controparte e non di cliente del legale destinatario della missiva.

Ciò consente, in definitiva, di poter affermare che utilizzare la qualificazione “riservata personale, non producibile in giudizio” in una missiva o proposta indirizzata ad un legale che sia direttamente parte non qualifica tale missiva, appunto, come riservata, consentendone la produzione in giudizio, soprattutto quando abbia un contenuto strumentale o finalizzato ad un risultato ingiusto.

Avv. Simona Siotto