16.04.2020 – Onere della prova in caso di istanza di fallimento presentata nei confronti di una società ammessa al concordato

“L’onere della prova in ordine ai presupposti necessari per dichiarare il fallimento spetta all’istante il fallimento, e tale onere va dimostrato in modo preciso e puntuale, non essendo sufficiente dedurre in modo generico il preteso inadempimento del piano concordatario né ricavare l’incapacità finanziaria dal mero elemento di fatto della liquidazione:”.

 Questo il principio che si ricava dal decreto depositato in data 14.04.2020 dal Tribunale di Vicenza, a definizione di un’istanza di fallimento proposta da un creditore contro una società ammessa al concordato preventivo ed omologato; in particolare, il creditore agiva chiedendo la declaratoria di fallimento decorso il termine dell’anno previsto dall’art. 186 l.f. e basando la propria istanza sul preteso inadempimento del piano concordatario proposto dalla società stessa.

L’istanza di fallimento è stata, quindi, rigettata. Scrive, in particolare, il Tribunale di Vicenza in merito che “trattandosi di impresa in liquidazione, l’inadempimento delle obbligazioni concordatarie potrà essere realmente stimato solo all’esito della stessa, o quando sarà certo che non potrà darsi un esito soddisfacente per i creditori, momento che ad oggi non risulta ancora raggiunto”.

Va detto che, costituendosi in giudizio, la società in concordato – rappresentata dall’Avv. Simona Siotto – eccepiva l’inammissibilità dell’istanza di fallimento proposta cd. omisso medio, richiamando la – pur non univoca – giurisprudenza a tenore della quale, decorso il termine annuale di cui all’art. 186 l.f., non è ammissibile né legittima un’istanza di fallimento che fondi il suo presupposto sulle ragioni che avrebbero potuto fondare la domanda di risoluzione, e ciò sia perché questo modus operandi finirebbe per riaprire sine die i termini decadenziali della risoluzione sia perché, ancora di più, stravolgerebbe l’intero sistema concordatario.

Il Tribunale di Vicenza ha omesso ogni pronuncia sul predetto profilo (che, in realtà, offriva spunti molto interessanti per una sentenza chiarificatrice), ma ha, comunque, rigettato l’istanza di fallimento facendo propria in merito la lettura della linea difensiva della società e, dunque, ritenendo che non possa essere qualificato quale “inadempimento delle obbligazioni concordatarie” una situazione, pur prolungata, che non sia sopravvenuta ma fosse stata sin da subito evidenziata dal Commissario Giudiziale in sede di relazione ex art. 172 l.f.; ovverossia che non possa essere considerata come inadempimento una situazione pregressa ed invariata in ordine alla quale i creditori fossero stati ben informati sin dalla relazione ex art. 172 l.f. ed in forza della quale avessero, favorevolmente, votato il concordato. (n.d.r. nel caso di specie, la vendita di un terreno mai messo all’asta per un problema di tipo urbanistico).

Un’istanza di fallimento, infatti, deve essere fondata su di un elemento sopravvenuto ovverossia su di una variabile tale da incidere sull’adempimento del concordato; una situazione, invece, rappresentata già ab origine, e che tale sia rimasta, costituisce la naturale evoluzione proprio della situazione rappresentata in sede di relazione ex art.  172 l.f. dal CG: come tale un’istanza di fallimento che si fondi su tale elemento risulta carente sotto il profilo dei suoi requisiti fondamentali.

16.04.2020

 Simona Siotto

Avvocato Cassazionista