La prova nel procedimento di dichiarazione giudiziale di paternità: le indagini ematologiche e genetiche

Il Tribunale di Vicenza, con la recente sentenza n. 676/2019 pubblicata in data 21/03/2019, torna a pronunciarsi in materia di accertamento giudiziale della paternità e lo fa sulla base delle risultanze probatorie dell’esame del DNA, pacificamente acquisite agli atti del giudizio.

Nel caso in esame era incontestato dalle parti che tra le stesse vi fosse stata una relazione sentimentale. Il convenuto si è, poi, spontaneamente sottoposto all’analisi del DNA ed è risultato essere il padre del bambino. Il Tribunale, dunque, ha dichiarato la paternità del convenuto, affermando, nella motivazione della sentenza, un principio oramai consolidato sia nella giurisprudenza di legittimità che di merito: “La cosiddetta analisi dei polimorfismi del DNA garantisce un elevato grado di certezza in ordine al raggiungimento della verità biologica. Essa, di fatto, costituisce l’unico mezzo di prova diretto e non presuntivo della paternità”.

Se, da un lato, la sentenza si pone in linea con orientamenti ormai consolidati, diviene tuttavia l’occasione per interrogarsi sui principi probatori che governano la particolare e delicata materia e per chiedersi in particolare cosa sarebbe accaduto ovvero cosa accadrebbe se il convenuto nell’azione per l’accertamento giudiziale della paternità non si fosse spontaneamente sottoposto/sottoponesse spontaneamente all’esame del DNA. Ovvero: il Tribunale avrebbe potuto/potrebbe disporre d’ufficio il predetto esame? E nel caso in cui, disposto l’esame ematologico, il convenuto si fosse rifiutato/si rifiutasse di sottoporsi ad esso?

E’ vero, infatti, che la ricerca della paternità naturale si basa sul principio della libertà della prova. Il legislatore dispone che la prova della paternità può essere data con ogni mezzo; l’unico limite legislativamente previsto è quello che afferma che la sola dichiarazione della madre e la sola esistenza di rapporti tra la madre ed il preteso padre all’epoca del concepimento non costituiscono prova della filiazione; peraltro tali circostanze, in concorso con altri elementi probatori, anche presuntivi, ben possono essere utilizzate dal giudice a sostegno del proprio convincimento in ordine alla sussistenza della paternità.

Il principio legislativo di libertà della prova ha consentito di acquisire nel procedimento di dichiarazione giudiziale di paternità il maggior numero di dati possibili, in particolare quelli che offrono un riscontro obiettivo, fermo restando che la loro attendibilità rimane sottoposta alla valutazione del giudice. I progressi della scienza biomedica, che hanno raggiunto elevatissimi gradi di probabilità della paternità, sino a sfiorare il limite della certezza assoluta, hanno indotto la giurisprudenza di legittimità a ritenere gli accertamenti ematologici e genetici un mezzo ordinario di prova, da assumere, dunque, anche d’ufficio mediante CTU ematologica.

Nella prospettiva di una accertamento privo di ostacoli della verità biologica si è posta anche la Corte Costituzionale

E’ oggi uniforme, dunque, l’orientamento giurisprudenziale di assoluto favore nei confronti della CTU ematologica, anche in contrasto con i principi vigenti nel nostro ordinamento in materia di consulenza tecnica. Infatti, se di norma il consulente tecnico ha il compito di valutare i fatti già accertati o dati per esistenti, dovendo il giudice escludere la CTU qualora la parte tenda con essa a supplire alla deficienza delle proprie allegazioni probatorie, viceversa nei procedimenti relativi all’accertamento della paternità la Suprema Corte ammette oggi anche d’ufficio la consulenza tecnica ematica, prescindendo da tali limiti relativi all’onere della prova e ciò in quanto, come detto, si ritiene essere lo strumento più idoneo, avente margini di sicurezza elevatissimi, per l’accertamento del rapporto di filiazione.

Il presunto padre può sempre rifiutare di prestarsi alle indagini ematologiche e genetiche, non sussistendo un obbligo legislativo in tal senso. Il rifiuto, tuttavia, “non può ritenersi giustificato da esigenze di tutela della riservatezza, tenuto conto sia del fatto che l’uso dei dati nell’ambito del giudizio non può che essere rivolto a fini di giustizia, sia del fatto che il sanitario chiamato dal giudice a compiere l’accertamento è tenuto al segreto professionale” (Cass. Civ. Sez.I  n. 5116 del 34.2003, n. 9394 del 18.5.2004) .

Sono peraltro considerati dati personali, ma non sensibili, quelli diretti allo svolgimento di indagini per verificare la consanguineità tra due soggetti. Secondo la Suprema Corte, infatti, “il trattamento di dati genetici di natura non sanitaria, quali quelli diretti allo svolgimento di indagini per verificare la consanguineità tra due soggetti, in vista di una futura azione di disconoscimento o accertamento della genitorialità, non ha alcuna finalità sanitaria e non è riconducibile all’esercizio, in sede giudiziaria, di un diritto della personalità di rango quantomeno pari a quello del controinteressato” (Cass. Civ. Sez. I n. 10947 del 19.5.2014).

Il rifiuto ingiustificato da parte del preteso padre di sottoporsi alle indagini ematologiche e genetiche può essere valutato dal giudice nel senso della sussistenza del dedotto rapporto di filiazione, in ragione dell’elevato grado di affidabilità ad essa scientificamente attribuito e, dunque, quale elemento atto a concorrere, insieme ad altre fonti di prova, a fondare il suo convincimento circa la fondatezza della domanda di dichiarazione giudiziale di paternità.

In conclusione, la rilevanza della recente sentenza del Tribunale di Vicenza n. 676/2019, pubblicata in data 21/03/2019, consta nell’affermazione della piena fiducia probatoria delle indagini scientifiche nell’accertamento della paternità, affermazione che può certamente ritenersi conseguenza processuale della raggiunta consapevolezza, nel sistema della filiazione, della prevalenza del favor veritatis.

 

Simona Siotto

Avvocato Cassazionista

 

Ilaria Margherita Piva

Avvocato