11.06.2021 – FORO DEL FALLIMENTO O NO? NON SEMPRE SI APPLICA L’ART. 24 L.F.

Con ordinanza del 7.6.2021 il Tribunale di Vicenza, nella persona del dott. Conti, chiamato a pronunciarsi su una domanda di risoluzione contrattuale e risarcimento danni promossa da un Fallimento nei confronti di una società di consulenza, ha dichiarato la propria incompetenza a favore del Tribunale contrattualmente individuato dalle parti nella clausola di riserva esclusiva di competenza.

Precisando che la domanda attorea derivava dall’asserito inadempimento della convenuta alla propria obbligazione contrattuale, che sarebbe avvenuto – sempre secondo la prospettazione attorea – prima della dichiarazione di fallimento, il Tribunale ha ritenuto di dover accogliere l’eccezione di incompetenza sollevata tempestivamente dalla convenuta aderendo al recente orientamento della Corte di Cassazione in merito all’ambito di applicazione dell’art. 24 L.F. (“Il Tribunale che ha dichiarato il fallimento è competente a conoscere di tutte le azioni che ne derivano, qualunque ne sia il valore”) e concentrandosi, in particolare, sull’interpretazione della locuzione “azioni che ne derivano”.

Ha fatto proprio, pertanto, il principio delineato dalla sentenza n. 6910 del 2018 secondo la quale “la vis attractiva di cui all’art. 24 l. fall., che prevede l’attribuzione al tribunale che ha dichiarato il fallimento della competenza a conoscere di tutte le azioni che ne derivano, eccettuate le azioni immobiliari, riguarda esclusivamente le controversie che, anche se relative a rapporti preesistenti alla dichiarazione di fallimento, subiscono, per effetto di quest’ultima, una deviazione dal loro schema legale tipico, nel senso che il rapporto viene ad essere concretamente modificato, nel suo sviluppo fisiologico, dal fallimento stesso” mentre vi “sono invece sottratte quelle azioni che, pur risultando strumentali rispetto all’interesse della massa, non trovano causa o titolo nella dichiarazione di fallimento, ma si pongono in relazione di mera occasionalità con la stessa”.

In buona sostanza, al fine di escludere l’applicabilità dell’art. 24 L.F. non è rilevante il fatto che l’azione giudiziale fosse stata promossa prima del fallimento, quanto la circostanza che il fatto giuridico dedotto in giudizio (quindi l’azione intesa in senso sostanziale) sia sorto antecedentemente il fallimento e non trovi causa in esso; di conseguenza, depone a sfavore della competenza del foro fallimentare anche l’altra pronuncia della Cassazione (15958/2018) secondo la quale “Ove però l’azione non consegua allo scioglimento operato dal curatore, ma a risoluzione già avvenuta prima del fallimento, il richiamato principio non può operare perché l’azione stessa va annoverata tra quelle già esistenti nel patrimonio del fallito. Come tale, essa non nasce dal fallimento e dunque sfugge alla regola di cui all’art. 24 legge fall. e alla sua ratio”.

 

 Alessandra Rachela

Avvocato