Diretta esecuzione di un bene immobile immesso in fondo patrimoniale

Il Tribunale di Vicenza torna a pronunciarsi in materia di fondo patrimoniale e conferma l’orientamento, oramai costante, secondo il quale un bene immobile, pur costituito in fondo patrimoniale, è direttamente aggredibile in via esecutiva da parte del creditore, se il debitore, su cui incombe in via esclusiva il relativo onere probatorio, non dimostra che il debito era stato contratto per bisogni estranei a quelli della famiglia.

Precisa, infatti, il Tribunale di Vicenza che “costituisce preciso onere dell’opponente, che eccepisca l’impignorabilità dei beni costituiti in fondo, fornire la prova che le obbligazioni furono contratte per scopi estranei ai bisogni della famiglia, questi ultimi da intendersi in senso ampio, con esclusione delle sole obbligazioni contratte per motivi voluttuari o speculativi”, e ciò in piena aderenza alla più coerente interpretazione dell’art. 170 c.c. , a tenore della quale, per decidere se un’obbligazione sia o meno estranea ai bisogni familiari, è necessario valutare non la natura in astratto dell’obbligazione ma il fatto generatore, cioè la fonte e la ragione del rapporto, la relazione tra il fatto e le esigenze familiari.

Ed, infatti, proprio in tale ottica il Tribunale di Vicenza precisa altresì che “la circostanza che i debiti dell’opponente derivino da fideiussioni prestate in favore della propria società lascia presumere che si tratti di obbligazioni contratte per soddisfare bisogni familiari, atteso che dalla partecipazione sociale il medesimo ritraeva tutto o parte del proprio reddito, tanto o poco che fosse, col quale alimentava il tenore di vita familiare”.

Il fondo patrimoniale, del resto, è da tempo oggetto di sospetti e di analisi, sia da parte dottrinaria che da parte giurisprudenziale.

Prova ne sia che prima la Corte di Cassazione con la nota sentenza 18 luglio 2003, n. 11230, cui ne sono seguite molte altre, sia di merito che di legittimità, poi lo stesso legislatore hanno ritenuto di pervenire allo stesso risultato.

Ed, infatti, il d.l. n. 83/2015 (c.d. D.L. Giustizia) ha, tra le altre cose, introdotto l’articolo 2929 bis del codice civile “Espropriazione di beni oggetto di vincoli di indisponibilità o di alienazioni a titolo gratuito”: tale norma, infatti, consente a qualunque creditore dei coniugi (o del terzo che ha vincolato l’immobile al fondo) di pignorare i relativi beni entro un anno dalla costituzione del fondo medesimo senza dover ricorrere all’azione revocatoria ordinaria, ma semplicemente dimostrando che si vanta un credito in base ad un legittimo titolo.

Salvo, dunque, il coraggioso filone giurisprudenziale cui si riconduce anche l’ordinanza qui commentata del Tribunale di Vicenza, prima dell’introduzione dell’art. 2929 bis nel codice civile l’unico strumento che tutelava i creditori lesi da atti posti in essere dai debitori al fine di sottrarre beni in loro possesso dall’esecuzione forzata e inficiare, quindi, gli elementi di garanzia patrimoniale era l’azione revocatoria.

Oggi, invece, pur permanendo in capo al creditore la possibilità di ricorrere all’azione revocatoria, essa non è più indispensabile nel primo anno dalla trascrizione del vincolo o dell’alienazione, cosicchè l’emanazione di una sentenza dichiarativa di inefficacia dell’atto dispositivo non costituisce più l’unico strumento per consentire la tutela delle ragioni creditorie.

Decorso tale termine, il creditore potrà sempre avvalersi dell’azione revocatoria ovvero, qualora il debito sia inerente i bisogni familiari e ferma la possibilità per il debitore esecutato di proporre opposizione ex art. 615 cpc, il creditore potrà agire direttamente in via esecutiva, avvalendosi della presunzione dell’art. 170 c.c.

La nuova disposizione, dunque, si pone in linea di evidente incremento di tutela a favore delle garanzie patrimoniali dei creditori, incidendo negativamente sul diritto di difesa del debitore.

Tornando all’ordinanza qui in commento, il Giudice ha anche condannato alla rifusione delle spese per la fase sommaria, come oramai assodato da molteplici Tribunali: e, infatti, il provvedimento che nega o accoglie l’opposizione, indipendentemente dall’applicabilità dell’art. 669 septies commi 2 e 3 cpc, ha l’attitudine di definire la vicenda davanti al Giudice dell’Esecuzione nel caso in cui l’opposizione non venga iscritta a ruolo contenzioso o non segua nel termine perentorio di cui all’art. 616 comma 2 cpc, per cui si presta ad essere ricondotto al concetto espresso dall’art. 91 cpc.

Avv. Simona Siotto