Collegamento negoziale e contratti di credito al consumo

Tribunale di Vicenza, ordinanza 7 settembre 2017

Due coniugi venivano indotti dai promotori di una società di servizi turistici a concludere altrettanti contratti di “iscrizione a programmi di viaggio”, allettati sia dalla prospettiva di vincere delle vacanze premio in amene località turistiche, sia di partecipare, comunque, ad una mera iniziativa pubblicitaria/promozionale, che in quanto tale non avrebbe dovuto comportare particolari oneri a loro carico

Sennonché di oneri in realtà i contratti ne prevedevano, e si risolvevano in un non indifferente esborso economico, il quale veniva però occultato agli occhi della coppia sotto il velo di un contratto di finanziamento che i coniugi sottoscrivevano a latere dei precedenti due.

Una volta avuta contezza dell’onerosità complessiva dell’operazione, e realizzato d’essere stati sostanzialmente circuiti, i coniugi insorgevano giudizialmente contro la società di servizi turistici chiedendo in via principale la declaratoria di nullità dei primi due contratti per indeterminabilità dell’oggetto e in via subordinata il loro annullamento per dolo dei promotori. Agivano nel contempo anche nei confronti della banca finanziatrice deducendo che il contratto sarebbe stato

1) nullo per la mancata analitica descrizione del bene di consumo acquistato (requisito asseritamente richiesto, a pena di nullità, dall’art. 124 c.3 TUB);
2) annullabile per dolo dei promotori, già in possesso dei moduli della banca e dunque da questa incaricati della collocazione del prodotto bancario;
3)comunque nullo/annullabile in ragione del collegamento negoziale sussistente tra il contratto di credito e gli altri due, per cui, viziati quelli, avrebbe dovuto seguirne le sorti anche questo.

La decisione

Il Tribunale di Vicenza ha accolto la prima delle domande proposte nei confronti della società di servizi turistici, rigettando invece tutte quelle avanzate contro la banca.

Nella pratica degli affari non è infrequente che per raggiungere un determinato risultato pratico ci si trovi a dover concludere più contratti: è quanto normalmente accade per gli acquisti immobiliari, laddove alla stipula del contratto preliminare segue quella del definitivo, magari preceduta dalla conclusione di un contratto di finanziamento.

Il fatto che più contratti siano collocati all’interno di un più ampio disegno può assumere una rilevanza tale da modificare la disciplina dei singoli rapporti. Ciò avviene qualora l’interesse unitario perseguito vada ad incidere, orientandola, sulla causa dei contratti concorrenti: in tali casi, il vincolo teleologico che si stabilisce li rende reciprocamente dipendenti, con l’ulteriore effetto che l’efficacia e l’adempimento di uno influenzeranno la validità, l’efficacia e l’adempimento degli altri, il tutto all’insegna della regola del simul stabunt, simul cadent. Affinché ciò avvenga, affinché cioè questo “interesse finale” sia suscettibile di assumere i contorni di “causa complessiva dell’operazione”, condizionante quella dei singoli rapporti, è necessario che esso emerga dal contenuto dei contratti, rimanendo altrimenti relegato nell’ambito dei semplici motivi, come tali (normalmente) irrilevanti. Spingendosi oltre nel solco di tale impostazione, la giurisprudenza ritiene che la fattispecie del collegamento negoziale si componga non solo di un elemento oggettivo, dato dalla reciproca strumentalità dei negozi, ma anche di un elemento soggettivo, costituito dalla conoscenza o conoscibilità, in capo ai contraenti, della sussistenza del nesso funzionale stesso (Cass. n. 12454/2012; Cass. n. 19211/2011; Cass. n. 11974/2010). Orientamento, questo, che appare in grado di contemperare l’esigenza di evitare che si producano antinomie ed incoerenze negoziali, con quella di garantire la tutela dell’affidamento delle controparti, ed in ultima analisi la certezza e sicurezza del traffico giuridico.

La speciale disciplina dettata in materia contratti di credito al consumo, contenuta nel D.lgs. 1 settembre 1993 n. 385 (Testo Unico Bancario), pare offrire un riscontro normativo a questa impostazione. L’art. 121 TUB definisce “contratto di credito collegato” il contratto finalizzato esclusivamente a finanziare la fornitura di un bene o la prestazione di un servizio specifici a patto però che sia soddisfatta almeno una delle seguenti condizioni:

a) il finanziatore si avvalga del fornitore del bene o del prestatore del servizio per promuovere o concludere il contratto di credito;
b) il bene o il servizio specifici siano esplicitamente individuati nel contratto di credito;

requisiti che appaiono entrambi postulare la conoscenza o conoscibilità, in capo al soggetto finanziatore, della strumentalità del contratto di credito rispetto al rapporto di consumo, e dunque in ultima analisi la conoscenza o conoscibilità del vincolo teleologico. È pur vero che tale definizione di collegamento è dichiaratamente volta ad esaurire i propri effetti nell’ambito del capo del TUB che la prevede, tuttavia appare indubbio che costituisca un dato corroborante l’impostazione volta a riconoscere, a livello generale, decisiva rilevanza all’elemento soggettivo.

Anche il Tribunale di Vicenza, nella pronuncia che si segnala, ha dato seguito a questo orientamento. Nel caso di specie il contratto di credito non recava menzione alcuna del prodotto turistico al cui acquisto sarebbe stato collegato, difettando dunque il secondo dei requisiti alternativamente previsti dall’art. 121 TUB; quanto al primo, è risultato che il contratto di finanziamento fosse stato collocato non dalla società di servi turistici bensì da una società intermediaria terza, di cui non era stata in alcun modo provata in giudizio la vicinanza/sovrapponibilità alla prima. Difettando la prova dell’elemento soggettivo, la conclusione a cui è pervenuto il giudice è che l’asserito vincolo tra i contratti fosse meramente occasionale e non giuridico.

La pronuncia sembra sostenere che la sussistenza di questo elemento soggettivo non potesse essere data che attraverso la dimostrazione del ricorrere di almeno uno dei due requisiti indicati dall’art. 121 TUB, con esclusione della possibilità di ricavarla aliunde. Il dubitativo è (unicamente) dettato dal fatto che parte attrice non ha introdotto nel corso del giudizio elementi ulteriori da cui poter desumere la conoscibilità del vincolo – probabilmente scontando in ciò la scelta processuale di agire nelle forme del procedimento sommario di cognizione – e dunque la questione non si è neppure posta.

Ad ogni modo, una volta esclusa la sussistenza dell’elemento soggettivo, la conseguenza è stata il rigetto di tutte le domande proposte dai ricorrenti nei confronti della banca: difettando il collegamento negoziale, è infatti venuto meno lo strumento giuridico per estendere al contratto di credito la nullità di quelli di acquisto dei pacchetti turistici, ciò che ha comportato il rigetto del terzo dei motivi di impugnazione del contratto. Stessa sorte anche per il primo di questi, che si appuntava sul fatto che il contratto di credito – qualificato dai ricorrenti come “al consumo” – non recasse menzione alcuna del bene acquistato con il finanziamento, donde l’asserita nullità (testuale) ai sensi dell’art. 124 c.3 TUB. Per vero, appare di per sé discutibile predicare la possibile nullità del contratto sulla scorta di tale norma, se non altro perché trattasi di norma abrogata già nel 2010 (d.lgs 13 agosto 2010 n. 141), dunque qualche mese prima che venisse concluso il contratto di finanziamento (marzo del 2011). Ad ogni modo, anche in questo caso il Tribunale ha aderito alla prospettazione difensiva della banca, la quale ha evidenziato come fosse proprio la mancata riferibilità del contratto al rapporto di consumo – e dunque, di converso, l’accertata reciproca autonomia dei rapporti – a rendere inapplicabile la suddetta normativa, espressamente dettata invece per quei contratti di credito collegati all’acquisto di beni di consumo e dunque qualificabili, in senso giuridico, come di “credito al consumo”.

Quanto invece alla seconda delle domande proposte, tendente ad ottenere l’annullamento del contratto per dolo dei promotori, il fatto che il contratto di finanziamento fosse stato collocato non dalla società di servizi turistici bensì da una società intermediaria terza, ha portato il Tribunale ad escludere che i raggiri dei promotori potessero essere riferiti, anche solo in via mediata, alla banca erogatrice del finanziamento (o comunque alla società intermediaria del credito), con la conseguenza che il rapporto è stato reso di fatto insensibile rispetto al comportamento tenuto nella vicenda dagli incaricati della società di servizi turistici. In altri termini, anche ammesso che il consenso della coppia fosse stato dolosamente carpito dai promotori, si sarebbe trattato al più di dolo del terzo, del quale la banca non ha avuto conoscenza (art. 1439 c.c.).

Avv. Simona Siotto