Circular Economy: l’impatto è nel settore primario

Premessa
Nella società d’oggi, concentrata e attenta all’ambiente e alle sue problematiche, parlare di circular economy sta diventando sempre più importante e diffuso. Il concetto di economia circolare è emerso in ambito europeo nel luglio del 2014 ed è stato oggetto di trattazione anche e doverosamente nel nostro Paese. Essa è rivolta a orientare le modalità di produzione attraverso il recupero delle risorse naturali ed energetiche contenute nei prodotti altrimenti divenibili rifiuti, al fine di favorire il pieno
recupero delle materie già impiegate.
L’approccio ad essa ora più che mai diventa di fondamentale importanza per le economie attuali e future contro uno spreco e un inquinamento ormai insostenibili.

Cosa rivoluzionare
Lo sviluppo di questo concetto si fonda su alcune best practices ben definite da seguire per ridefinire le diverse fasi economiche e produttive. Primariamente cambia il concetto di approvvigionamento, ripensato secondo un utilizzo delle materie che seleziona attentamente quantità e qualità dei prodotti.
Il design assume un ruolo importantissimo, in quanto rappresenta una fase di analisi e studio prodromico ad una maggiore sostenibilità dei prodotti. Anche la produzione e la distribuzione assumono una nuova veste diretta a favorire un approccio integrato e costruttivo tra aziende tradizionalmente separate: l’obiettivo cardine consiste infatti nel creare vantaggi competitivi di scambio per la re-immissione del prodotto nel ciclo produttivo, consentendo la cooperazione di aziende tramite forme di partnership strategiche ed economiche.
Altra fase rivoluzionata è il consumo e l’approccio ad esso: si viene a creare una maggior consapevolezza negli utenti sul significato di sostenibilità, favorendo un minor spreco ed una maggiore comprensibilità della qualità delle risorse disponibili.
Infine le due fasi predominanti di questa “policy” sono la raccolta e il riciclo: i prodotti, attraverso queste due procedure, vengono riutilizzati nel ciclo economico secondo una organizzazione e una ridefinizione completa atta a garantire il recupero e il loro riutilizzo.
Tutte queste fasi, svolte consecutivamente in un’ottica costruttiva e di ridefinizione economica, consentono il realizzarsi di un’economia industriale che è concettualmente rigenerativa e rivolta a migliorare e ottimizzare in modo efficiente i sistemi mediante i quali opera: la stessa, in relazione anche alle fasi appena citate, smuove pratiche molto diverse come la bioeconomia, la sharing economy, il re-manufacturing, la sostenibilità e i sistemi di gestione avanzata dei rifiuti.

Il problema europeo
Nel corso di questi anni, la Commissione Europea ha affrontato più volte l’argomento e si è mossa su numerosi fronti in particolare con azioni quali:
– la promozione di un quadro strategico favorevole e coerente di implementazione;
– interventi di dimezzamento dei rifiuti alimentari entro il 2030;
– misure per la progettazione ecocompatibile al fine di promuovere la longevità e riciclabilità dei prodotti;
– sblocco di investimenti per le aziende e loro sostegno;
– modernizzazione della politica in materia di rifiuti ed obiettivi.
Il problema europeo, come in Italia, consiste nel reperire in modo sicuro risorse e ridurre la dipendenza dall’importazione di materie prime: trovare una soluzione a ciò, soprattutto per il settore primario, diventa strategico e fondamentale, considerando i problemi tutt’ora esistenti di soddisfazione alimentare mondiale e le previsioni di forte pressione demografica prevista nei prossimi anni.
Il tema agricolo, dunque, entra prepotentemente al centro della questione soprattutto in considerazione del recupero degli elementi nutritivi da ritornare al suolo e prelevati dalla coltivazione: l’agricoltura ancora utilizza il modello di economia lineare nata dalla rivoluzione industriale tra settecento ed ottocento e basata sulla produzione di un bene, il suo utilizzo e alla fine il suo abbandono. Tale modello ha comportato e comporta tutt’ora un elevato spreco di risorse, un forte impatto ambientale e incrementa il problema
dello smaltimento degli scarti e dei consumi di massa, generando maggior volatilità dei prezzi e continuo incremento dell’inflazione.
Ad oggi infatti il settore agricolo necessita dall’esterno di continui apporti di materie prime e fertilizzanti chimici e produce rifiuti che non sempre trovano la corretta collocazione e che risultano dunque inquinanti.
Diffondere anche un’agricoltura sostenibile, con il recupero delle risorse sottratte al terreno, ma ancora in circolo, crea un sistema che non necessita più di apporti esterni, costruisce biodiversità e impiega intelligentemente i propri materiali.

L’esempio italiano
Un esempio italiano di economia circolare in agricoltura è stato presentato durante Expo Milano 2015 in occasione del convegno “La circolarità del mondo agricolo. L’applicazione dei principi dell’economia circolare in agricoltura”: molte sono le piccole e grandi realtà, anche negli altri due settori economici in Italia, che si stanno approcciando a questo nuovo modo di far economia.
Anche nel nostro Paese dunque il concetto di economia circolare si sta evolvendo mirando a incoraggiare la ricerca, l’innovazione e la cooperazione intersettoriale sulla base dei modelli imprenditoriali esistenti.

Potenziali benefici
La diffusione di tale “filosofia” nel corso dei prossimi 20 anni assicurerebbe il creare fino a 3 milioni di posti di lavoro in Europa, diminuendo cosi il numero di disoccupati. Inoltre, si ridurrebbe sia il bisogno di nuove richieste di materiali vergini ed energia, sia le pressioni ambientali legate all’estrazione di risorse, emissioni in atmosfera e produzione di rifiuti.
Una minor domanda di materie prime e di dipendenza dall’importazione delle stesse renderebbe l’approvvigionamento meno soggetto alla volatilità dei prezzi dei mercati internazionali, come pure l’incertezza della fornitura stessa, favorendo una condivisione di risorse a impatto estremamente ridotto sull’ambiente e per le singole economie: i prodotti infatti manterrebbero il loro valore aggiunto il più a lungo possibile con l’inesistenza dunque di rifiuti.
L’approccio della Commissione Europea, come della nostra governance, deve essere però diretto ad una smart regulation, cioè ad una legislazione più snella e che permetta alle imprese di disporre di strumenti chiari e semplici al fine di porre in essere un nuovo modo di operare e di agire: minor consumi inquinanti, minori costi industriali, politiche di prevenzione nei rifiuti, eco-design, minori impatti climatici e ambientali. Questi potrebbero essere i risultati di un concetto e un modo di lavorare che va integrato dai vari governi, in considerazione delle singole situazioni degli stati membri, per favorire una rivoluzione anche nella dotazione impiantistica interna.

Conclusione
Quello della circular economy non è altro che un modello manageriale ed economico, una spinta imprenditoriale per l’attenzione all’ambiente, che crea altresì sinergie tra i vari attori della filiera e perché no…anche nuove opportunità di mercato. Ma cruciale rimane il contributo delle politiche a favore di questo nuovo paradigma: con policy ben progettate si incentiva certamente anche il consumatore ad un nuovo modo di pensare.
L’economia circolare si traduce dunque nell’essere un nuovo modo di agire, che sposta interessi economici, politiche, consensi di massa ma che garantirebbe una vita migliore in un futuro prossimo.